Scritto da: Gregorio Panerai - Categorie: in evidenza / tutto il resto

Alcune considerazioni sul suono per il chitarrista elettrico

Brevi e intuitivi accorgimenti di acustica e psicoacustica da tenere in considerazione per il chitarrista alla ricerca del proprio sound.


Spesso mi sono trovato davanti ad allievi a cui mancavano le basi necessarie per sviluppare un sound coerente con il loro stile e le loro aspettative.

Comprendere un fenomeno sonoro è fondamentale per qualsiasi musicista, in particolar modo per i chitarristi elettrici, dato che abbiamo molte variabili possibili tra le nostre mani e il cono di un amplificatore. La natura stessa del suono, il suo comportamento e la sua propagazione, sono tutti parametri da tenere in considerazione nella creazione del proprio sound.

É quindi necessario partire da qualche nozione di fisica e di acustica, ma niente di troppo complesso.


Natura e propagazione del suono

Il paragone più semplice per descrivere il suono è quello del mare, in cui un motoscafo crea delle onde che vanno a infrangersi sulla spiaggia. Bene, il motoscafo è la sorgente sonora, la nostra chitarra, un violino, il vicino di casa con il tagliaerba alle sei del mattino, insomma la fonte da cui nasce il fenomeno acustico. Il nostro orecchio è la spiaggia a cui arriva questo suono. Il mare è il mezzo in cui il suono si propaga, nel nostro caso l’aria. Ecco la prima cosa importante: IL SUONO SI PROPAGA!!! Quindi possiamo pensarlo come un insieme di onde che si muovono tra le particelle dell’aria.

Così come nel mare ci sono onde più grandi e altre piccole, lo stesso vale per il suono. Per classificare queste onde utilizziamo il termine lunghezza d’onda. Perché però è così importante? Perché è legata a un’altra grandezza fisica che noi musicisti conosciamo meglio, la frequenza. Senza entrare in termini troppo tecnici, basti sapere che sono grandezze inversamente proporzionali, ovvero: le alte frequenze hanno piccole lunghezze d’onda, mentre le basse frequenze ne hanno di grandi.

Vi siete mai chiesti perché quando il vostro vicino di casa, quello che prima aveva il tagliaerba, ascolta Marco Mengoni voi sentite il suono come ovattato? Lo sentite carico di basse frequenze e in qualche modo “filtrato”. Stessa cosa per una macchina che passa con i finestrini chiusi e della musica sparata dall’impianto, oppure per un concerto che si trova abbastanza distante da voi.

La risposta risiede proprio nella lunghezza d’onda. Le lunghezze d’onda piccole (alte frequenze), fanno fatica a superare gli ostacoli che incontrano (abitazioni, muri, alberi, vetri, persone) e quindi si fermano.

Le grandi lunghezze d’onda (basse frequenze) invece riescono a superare gran parte degli ostacoli e quindi passano quasi inalterate. Bisogna poi tener conto anche della differente tipologia di propagazione. Le basse frequenze si propagano come una sfera, sono omnidirezionali ovvero si muovono in tutte le direzioni, mentre le alte frequenze si propagano su di una retta rispetto alla sorgente sonora.

In pratica

Adesso iniziamo a vedere dei risvolti pratici per noi chitarristi. Spesso in sala prove vedo degli allievi che “aggeggiano” frustrati l’amplificatore, ascoltandosi con il cono direttamente sparato, diciamo all’altezza delle cosce. Il risultato più comune sarà quello di percepire sempre più bassi di quanti ce ne siano in realtà! Poiché sono omnidirezionali mentre gli alti vengono ascoltati più o meno dalle nostre gambe o dal nostro intestino, o da altro se preferite. Per ascoltarsi correttamente dobbiamo avere le nostre orecchie all’altezza del cono!!! Non dietro, non sotto, e nemmeno sopra. Se questo fenomeno può essere trascurabile per una prova al volo, in situazioni di live o di studio dove il nostro ampli sarà microfonato, sarà essenziale, per ritrovare la fedeltà del nostro sound (fermo restando che la tipologia di mic e la relativa posizione influenzano il risultato che avremo), posizionarsi e aggiustare il nostro ampli/pedale/altro con l’ascolto più corretto possibile.


Come percepiamo il suono

Un’altra questione fondamentale risiede nel modo in cui il nostro orecchio “sente” il suono. Di solito sentiamo dire, che il nostro orecchio riesce a percepire dai 20 ai 20000 Hz (unità di misura della frequenza). Spesso, registrato e “accettato” questo fatto, si passa oltre.

Inizierò dicendo che molto più comunemente, tranne alcuni casi, percepiamo dai 50 ai 17000 Hz. Tale range è soggettivo per ognuno di noi ma sono veramente rare le persone che arrivano ai 20000, e inoltre varia nel tempo (con la vecchiaia ma anche con la quantità di stress a cui sottoponiamo le nostre orecchie, quindi occhio ai volumi!).

Il nostro orecchio per ragioni evolutive percepisce molto bene le medie frequenze (diciamo tra i 600 e i 3000 Hz), mentre necessita di più intensità per udire allo stesso livello le basse e le alte. Per poterle sentire allo stesso livello dovremmo in qualche modo compensare tramite un’equalizzazione.

La cosiddetta “smiley face curve”, che ricorda uno “smile”, è una curva di equalizzazione molto semplificativa che possiamo trovare sull’ampli o su di un equalizzatore (che intendiamoci, non è obbligatorio utilizzare) che tende a ovviare a questo fenomeno.

Quindi delle seguenti risposte, alla domanda “ma perché hai questa equalizzazione sull’ampli?”:

  1. Sono entrato in sala e l’ampli era così, non l’ho toccato…sai…morde!
  2. Mio CuGGino mi ha detto che se la metto così divento velocissimo e faccio gli assoli, quelli belli!
  3. É Così carino!!! mette allegria!!!No?
  4. Ah sì? Si può equalizzare? Ma cosa?

nessuna è accettabile e adesso sappiamo il perché.

Inoltre il modo in cui percepiamo le basse, le medie e le alte frequenze cambia in base al volume con cui ascoltiamo qualcosa. Questa nozione è di vitale importanza specialmente per coloro che si approcciano all’home recording!!

Le seguenti curve, dette di Fletcher e Munson (in seguito aggiornate alla ISO 206 2003) mostrano la variazione di udibilità delle frequenze in base al volume a cui le ascoltiamo.

Lo spettro sonoro

Un altro concetto da tenere presente è : UN SUONO NON È (quasi) MAI UN SUONO SOLO, MA TANTI SUONI INSIEME.

Prendete un attimo di pausa per respirare e leggete nuovamente la frase scritta sopra.

Ebbene sì, ciò è spiegato nel Teorema di Fourier, che in breve ci dice che ogni suono è scomponibile (e quindi composto) da una miriade di suoni elementari, dette sinusoidi. Possiamo vederlo attraverso lo spettro, ovvero un grafico che ci mostra i vari componenti frequenziali e la relativa ampiezza di un suono.

La loro distribuzione e la relativa forza nello spettro sonoro concorrono a creare il timbro di uno strumento che ci permette di distinguere un LA fatto con un pianoforte, con una chitarra, con una pentola o con una sinusoide pura. Ogni volta che parleremo di armoniche, parziali e timbro e di come essi vengano influenzati dai nostri effetti a pedale o qualsiasi altra diavoleria, stiamo andando a modificare questa miriade di suoni elementari.

L’inviluppo di un suono

L’ultimo parametro che prendiamo in considerazione è l’inviluppo, ovvero come si evolve l’ampiezza di un suono nel tempo dal momento della sua generazione. Cosa differenzia i due suoni di seguito?

Il primo suono inizia bruscamente e termina in modo altrettanto netto, mentre il secondo ha un inizio meno ripido e si conclude in modo altrettanto morbido. L’inviluppo ci aiuta a differenziare strumenti diversi.

Per poter discutere degli aspetti dell’inviluppo di un suono ci rifacciamo al modello ADSR, che sta per:

  1. Attack, il tempo che impiega l’ampiezza ad andare da 0 a al massimo valore
  2. Decay, una fase successiva all’Attack in cui l’ampiezza cala a un livello costante
  3. Sustain, dove l’ampiezza rimane costante per un lasso di tempo
  4. Release, la fase finale dove l’ampiezza diminuisce fino allo 0 e il suono termina

Suoni percussivi come il pianoforte o i tamburi di una batteria hanno un attacco molto repentino rispetto a strumenti a corde o a fiato. Di seguito la stessa nota eseguita su di un pianoforte (sinistra) e con un sassofono (destra).

Sono molti gli aspetti dell’inviluppo che possiamo modificare e che vedremo più avanti, basti pensare all’utilizzo del compressore nel funk per ottenere un attacco più marcato, o all’utilizzo di e-bow e effetti di freezing e delay per creare dei tappeti sonori.

Vademecum di sintesi

  1. un suono di uno strumento è composto da una miriade di suoni elementari, detti sinusoidi.
  2. il modo in cui questi suoni elementari sono disposti nello spettro crea il timbro di uno strumento.
  3. Il modo in cui l’ampiezza di un suono varia nel tempo è detto inviluppo, e lo si rappresenta attraverso il modello ADSR
  4. L’orecchio umano è maggiormente sensibile alle medie frequenze.
  5. Il modo in cui percepiamo le frequenze varia in base al volume
  6. le basse frequenze hanno grandi lunghezze d’onda. Si propagano meglio e sono omnidirezionali.
  7. Le alte frequenze hanno piccole lunghezze d’onda. Si propagano meno e su di una retta rispetto alla fonte.

É quindi importante, e più avanti vedremo come, tener conto di questo e degli altri fenomeni acustici spiegati in precedenza, altrimenti saremo soltanto degli “spippolatori”.

Per osservare tutti questi aspetti da un punto di vista più strettamente teorico/musicale potete consultare l’articolo dedicato cliccando qui.

L’articolo appena letto ovviamente non si pone lo scopo di coprire totalmente degli argomenti molto complessi, che andrebbero studiati e approfonditi su manuali di acustica o di informatica musicale, ma di dare al musicista, in questo caso chitarrista, una visione e una spiegazione “intuitiva” di alcuni fenomeni sonori fondamentali.

Ciao alla prossima!

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